Umorismo di sostegno
PUBBLICAZIONE UMORISTICA FONDATA DALL'ACCADEMIA DEI CINQUE CEREALI IL 2 GIUGNO 2016
ANNO IX d.F. - IDEATO, SCRITTO, IMPAGINATO, POSTATO E LETTO DAGLI AUTORI E DA SEMPRE DEDICATO A FRANCO CANNAVÒ
Fondatore e macchinista: Paolo Marchiori.
Vicedirettori postali (addetti ai post): Stefania Marello, Christina Fasso, Italo Lovrecich, GioZ, il Pensologo Livio Cepollina.
IL COLLOQUIO DELLA NONNA
Prestatemi orecchio, vorrei di raccontarvi il mio primo colloquio di lavoro, alla Lancia S.p.A di Torino.
Negli anni settanta la gloriosa fabbrica di automobili creata da Vincenzo Lancia esisteva ancora in forma autonoma, anche se era sul punto di essere divorata da mamma Fiat.
Con me c’erano altri quattro candidati, tutti neo-laureati.
Ci sottoposero ad una serie di test di logica e matematica abbastanza impegnativi, e ci congedarono col solito "vi faremo sapere".
Una settimana dopo mi telefonarono per comunicarmi giorno e ora del colloquio con l'Ufficio Personale.
Al colloquio c'era la Direttrice in persona, una tizia sui cinquant'anni, alta, magra e abbastanza spocchiosa. Mi trattò da subito con sufficienza, quasi con fastidio, come se io rappresentassi soltanto una perdita del suo prezioso tempo. Mi fece capire, con frasi indirette, che non ero adatta al posto.
Poi mi parlò a lungo del prestigio delle auto Lancia, del successo degli ultimi modelli, la Delta e la Gamma, auto destinate a un certo “target” (parola a me ancora sconosciuta) di clientela.
Poi, a bruciapelo: - Lei ha la macchina, vero?
- Sì certo – risposi, quasi con orgoglio.
- Che macchina ha?
- Beh... ho una Fiat Cinquecento... (non specificai che era di terza mano, tutto quello che mi ero potuta permettere dando lezioni private).
La signora, che in seguito non ebbi mai più il piacere di incontrare, mi guardò come fossi una caccola, e mi congedò.
Non ci fu nessuna di quelle astuzie, di quegli espedienti che oggi utilizzano i selezionatori del personale: offrire un caffè e osservare dove verrà appoggiata la tazzina vuota, lasciar cadere una penna e notare se il candidato la raccoglie, e altre amenità di questo genere. Ebbi solo la certezza che, per qualche motivo, non ero piaciuta.
Una settimana dopo ricevetti una telefonata del tutto inattesa:
"Buongiorno, sono la segretaria del Centro Elaborazione Dati della Lancia. Se è ancora interessata al posto può presentarsi domani alle 9, per firmare il contratto di lavoro a tempo indeterminato."
Però! - pensai, da giovane proletaria, ex-sessantottina - le vie dei capitalisti sono davvero imprevedibili.
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Nonna Abeffarda – ACC

ARTEMISIA
Prestatemi orecchio che vi chiacchiero la storia di Artemisia Gentileschi (1593-1653).
Figlia di Orazio Gentileschi ereditò tutto il talento del padre.
Crebbe in mezzo alle tele e ai colori ma, all’epoca, non solo era vietato alle donne praticare arti come la pittura, ma veniva giudicato scandaloso. Il padre, riconoscendone la bravura, le permetteva di dipingere e di farsi aiutare nel lavoro, firmando lui stesso le tele per evitare problemi con la Giustizia.
Tuttavia, il suo talento era talmente grande che decise di mandarla a scuola da Agostino Tassi, un vedutista che dipingeva paesaggi.
Ma il Tassi abusò di lei, facendole credere di essere scapolo; una situazione difficile per una allieva che subiva l’autorità del suo maestro.
Artemisia non si fece intimidire, e fu la prima donna a intentare una causa per stupro contro un uomo: nonostante le forti pressioni psicologiche riuscì a vincerla.
Possiamo ben immaginare quale grande coraggio ci volesse nel portare un uomo in tribunale, in un periodo storico in cui le donne non avevano alcun diritto riconosciuto, né in privato, né tantomeno nel sociale.
In seguito si sposò e si trasferì a Firenze.
Era un’estimatrice del Caravaggio e ne studiava i quadri, specialmente il famoso dipinto che rappresenta Giuditta che taglia la testa a Oloferne.
Si narra che Artemisia, nel riprodurre questo quadro, abbia messo la testa di Agostino Tassi (il suo maestro e stupratore) al posto di quella di Oloferne.
Se confrontiamo i due quadri, notiamo che il dipinto di Caravaggio è indubbiamente impeccabile, ma manca di quella forza, di quella veemenza che invece Artemisia è riuscita a dare alla sua tela, in virtù dell’orribile esperienza vissuta.
La Gentileschi si distingue da Caravaggio proprio in questo: la Giuditta del Caravaggio sembra che impugni la spada con delicatezza, mostrando solo un’ombra di disgusto in volto, mentre la Giuditta dipinta da Artemisia rivela forza e decisione nel decapitare il grande Oloferne.
Patty Biancoperla – ACC

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